18 novembre 2014

Washi patrimonio immateriale dell’Umanità

Per il prossimo mese di dicembre, promossa dall’Unesco, si accinge a diventare “Patrimonio culturale immateriale dell'Umanità" la tipica carta giapponese chiamata Washi (da Wa: Giappone e Shi: carta), introdotta nel 600 durante un periodo di forte influenza da parte della Cina. 

Originariamente la carta veniva prodotta utilizzando asa (canapa) e kozo (della famiglia del gelso). Con l’aumento della richiesta di carta, i produttori cercarono un materiale naturale diverso dal gelso e scoprirono il gampi, una pianta appartenente alla famiglia delle daphne che cresce nelle foreste sui pendii delle montagne delle prefetture di Yamaguchi, Shimane, Kochi e Wakayama, dando così inizio al passaggio dall’imitazione della carta cinese alla produzione della carta tipicamente giapponese. 



Questo tipo di carta è stata usata fin dall’antichità all’interno delle abitazioni giapponesi per la sua capacità di far filtrare la luce attenuandone l’intensità, donando così allo spazio un’illuminazione soffusa. Le fibre del gampi sono delicate e possiedono una naturale viscosità così, sebbene trasformarle in carta richieda tecniche sofisticate, il prodotto finito risulta essere di ammirevole aspetto oltre che durevole. La carta realizzata col gampi è forte e lucida come una perla, morbida al tatto e odorosa di fieno, senza contare che resiste all’umidità e agli insetti dannosi. Tuttavia la produzione del washi risulta abbastanza delicata e complessa, tanto che vi si dedicano ormai solo pochi e anziani artigiani, alcuni dei quali sono stati nominati “tesori nazionali viventi”.


"Oggi la carta è diventata come l'aria: la usiamo dalla mattina alla sera, ma nell'antichità era un bene prezioso. Durante il periodo Edo, dal 1603 al 1868, ogni provincia aveva la sua produzione specifica di carta e quella di qualità migliore, scelta da funzionari appositi, veniva inviata allo Shogun (il capo militare del Giappone feudale) con la massima cura al punto che la perdita o il deterioramento della preziosa merce poteva costare la vita a chi si occupava del trasporto" ha evidenziato il maestro Nobushige Akiyama, le cui opere  sono esposte al Museo nazionale di Arte Orientale di Roma fino all'11 gennaio 2015, il quale ha anche fornito una dimostrazione della laboriosa produzione tradizionale del washi.

Per la tipica carta giapponese si può ricorrere anche a fibre di bambù, canapa, riso e frumento che conferiscono caratteristiche differenti alla carta così prodotta. Oltretutto, una variante di questo materiale viene utilizzata dall’Opificio delle pietre dure di Firenze per assorbire gli strati di inquinanti sulle superfici dei quadri in fase di restauro.



novembre 18, 2014 / di / 0 Comments

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